L’essere provinciali per una considerazione di sé

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La provincia e l’essere provinciali, nell’immaginario collettivo del nostro tempo, rappresenta una categoria ideologica più che geografica. Le province dell’impero romano erano quei luoghi, distanti da Roma per posizione e cultura, che abbisognavano di un controllo militare costante e fornivano risorse umane e merceologiche per la madre patria. La provincia era occasione di arricchimento: nuova linfa per Roma e la società che essa aveva generato.

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Nell’ordinamento giuridico-costituzionale italiano le province sono distretti amministrativi, dotati di una loro autonomia, a cui è delegata la governance su aspetti delicati quali il mantenimento di strade ed altre infrastrutture, oppure il reclutamento del personale docente delle nostre scuole. Da «provincia» deriva il termine «provinciale» che assume quasi sempre una connotazione negativa; essere provinciali significa aderire ad un piccolo mondo, dotato di suoi valori atavici, lontano dalla mentalità aperta della grande città: un mondo autoreferenziale, dove il valore del singolo acquista spessore in base a considerazioni di prestigio sociale che ci rimandano ad un’Italia anni ’50 che non esiste più.

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Sto parlando di quell’Italia dei paesi dove il riconoscimento sociale si basa ancora su valori esteriori quali il denaro, il prestigio derivante del titolo di studio – conseguito più o meno legittimamente –, l’automobile che guidi, i vestiti che indossi. L’Italia del prete, del medico e dell’ingegnere, spesso presunto tale, che, negli anni ’60, quelli del boom economico, il più delle volte si traduceva nel palazzinaro che, bontà sua, con le sue tasche piene ha distrutto le nostre coste ed i nostri paesaggi.

Ma siamo sicuri che quell’Italia non esista più? E laddove ciò sia vero, siamo sicuri che l’essere provinciali sia solamente un difetto?

Porsi una domanda del genere, mentre scrivo questo contributo per una rivista che dalla provincia nasce ed a cui si rivolge, comporta una serie di attente considerazioni.

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Da qualche anno vivo a Napoli, la grande città, che se non fosse per l’università ed altre istituzioni culturali capaci ancora di attrarre gente da varie parti del mondo, sarebbe l’epitome più fulgida della provincialità. Questa malattia contagia sempre più anche quel mondo dell’arte e della cultura che dovrebbe rifuggirne in maniera risoluta: quella cultura che dovrebbe essere un antidoto naturale.

Eppure nel nostro paese non è così. Basti pensare alla più provinciale manifestazione della cultura italiana, che bonariamente, nel gergo degli intellettuali, viene definita nazional-popolare: il Festival di Sanremo! Voglio dire, il fatto che io stia scrivendo questo articolo farebbe di me un intellettuale, un giornalista, un saggista?

Sarei tale perché il mio piccolo mondo provinciale è pronto a celebrarmi in questa veste? A ben vedere, nel mondo iperconesso, dove un mio peto può risuonare con vivida ed assordante contemporaneità da Hong Kong a San Francisco, ciò che dobbiamo rifuggire non è la provincialità, quanto piuttosto l’autoreferenzialità.

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Sto parlando del non prendersi sul serio, dell’essere consapevoli di quello che si è, di quanto si vale, rapportandosi in primis al giudizio di chi ci conosce di più: noi stessi. Nel nostro italico immaginario sopravvive l’atavico atteggiamento della grecità; il nostro esserci è esserci nel riconoscimento dell’altro: io sono quello che l’altro vede in me. Una morale meroliana di onore e rispetto agli occhi della comunità. Certo questo crea vizi nell’oggettività dei giudizi ma può costituire anche un elemento positivo.

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In provincia non puoi mentire, non puoi costruirti «un personaggio»; tutti o quasi tutti sanno chi sei; la stessa limitatezza degli spazi sociali in cui ci si trova ad interagire fa da forte deterrente a tutto ciò; eppure molto spesso si può cadere in atteggiamenti opposti, nell’autoreferenzialità, per cui tutti insieme ci trasferiamo fuori dalla provincia ma badando bene a mantenere lo status che il nostro microcosmo ci ha destinato: da qui uscite in comitive di venti persone, in un irrinunciabile amarcord post-adolescenziale; da qui vacanze organizzate fino in Egitto, per poi chiudersi nel villaggio Valtur insieme al figlio del farmacista o al fratello dell’ingegnere, giusto così, per non smarrire quel ruolo sociale che ci identifica, che sembra dare senso alla nostra vita.

Sto parlando di una malattia tutta italiana, di quell’Italia che del suo essere provinciale si fa quasi un vanto, in ogni ambito, finanche in quello culturale.

Sto parlando di autoreferenzialità.

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Ebbene, la mia esperienza mi ha insegnato che vivere la provincia in maniera sana può essere un forte deterrente contro l’autoreferenzialità, per cui ancora oggi, dottori laureati, quando ci incontriamo, riandiamo ai tempi della scuola e dell’università, quando tutti sapevano chi eri e da dove venivi; quando, avviluppando assieme sogni, speranze e delusioni in un sottile spessore di carta velina, si aveva ancora la forza di sentirsi uniti e non prendersi sul serio.

Per questo signori, quando in Inghilterra, qualcuno vi chiederà: «Where are you from, Sir?» rispondete orgogliosamente: «I’m from Torre Annunziata, west coast!»

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