Libri: Psicomagia di Jodorowsky

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jodo
“Non sono un ubriaco, ma neppure un santo. Unmedicine-man non deve essere un ‘santo’… Deve poter cadere in basso quanto un pidocchio ed elevarsi come un’aquila… Deve essere dio e diavolo insieme. Essere un buon medicine-mansignifica trovarsi nel mezzo di una tormenta e non mettersi al riparo. Significa sperimentare la vita in tutte le sue espressioni. Significa fare il pazzo ogni tanto. Anche questo è sacro.”

CAPRIOLO ZOPPO
(stregone della tribù lakota)



Con questa epigrafe si apre un libro indispensabile per chi voglia approcciare Alejandro Jodorowsky, detto semplicemente Jodo, artista eclettico, autore teatrale, regista cinematografico, interprete di tarocchi e psicomago. Ma potete considerarlo “semplicemente” un fine conoscitore dell’animo e dell’inconscio umano, sempre che siate in grado di navigare, almeno a vista, tra psicoanalisi (jungiana) e sciamanesimo. In caso contrario sarete facilmente tra i suoi detrattori e lo considererete un mero ciarlatano. Scritto a metà degli anni ’90 e pubblicato in Italia daFeltrinelli nella sua Universale Economica, Psicomagia è strutturato nella forma di una lunga e avvincente intervista fattagli dall’amico Gilles Farcet, che dà modo a Jodorowsky (80 anni il prossimo 7 febbraio) di ripercorrere le cinque tappe – atto poetico, atto teatrale, atto onirico, atto magico, atto psicomagico – che l’hanno portato a codificare la psicomagia come una vera e propria forma artistica di psicoterapia. La mia sarà una breve sintesi del libro, ottenuta intervallando i miei commenti ad alcuni dei passi che ho sottolineato durante la lettura.
jodorowsky

Figlio di profughi russi, Alejandro si riconosce la fortuna di essere nato in Cile, un paese che negli anni ’50 aveva una fiorente scuola poetica e la cui stessa società (cosa non infrequente in america latina) era potentemente impregnata di poesia. Se oggi ci mettessimo ad attraversare in linea retta una città, dico proprio in senso letterale come facevano Jodo e il suo amico poeta Enrique Lihn, scavalcando muri, passando sopra le automobili parcheggiate, suonando alle porte per chiedere di poter entrare e uscire dalla finestra opposta, camminando “sempre in linea retta senza preoccuparsi degli ostacoli, agendo come se non esistessero”, qualcuno chiamerebbe subito la polizia! Ispirate al motto futurista “la poesia è azione” del nostro Marinetti, siffatte azioni volevano “evidenziare il lato imprevedibile del mondo reale, contrario al rigido mondo dei nostri genitori”. Un atto poetico crea “un’altra realtà in seno alla realtà ordinaria” però non deve mai arrecare danno alle persone, anzi “deve provocare un’impressione sempre positiva”. Esempi recenti di atto poetico in Italia sono stati colorare di rosso l’acqua della fontana di Trevi (19/10/07) o ricoprire Trinità dei Monti di migliaia di palline colorate (16/01/08) come ha fatto Graziano Cecchini. Oppure a livello di villaggio globale il ballo attorno al mondo di Matt di cui mi sono occupato un mese fa.

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L‘atto teatrale è un atto poetico rappresentato in maniera strutturata, per rivolgersi a un pubblico… chiaramente, visti i presupposti eversivi di un atto poetico nel senso inteso daJodorowsky, questo nuovo atto non può che dar vita a un teatro di avanguardia, messo in scena più facilmente su un autobus che sopra un palco, e a film totalmente sui generis e surreali quali El Topo (1971) o Sangue santo (1989)! Con l’atto onirico in un certo senso Jodorowsky mette insieme il pensiero di Jung e Castaneda e ci spiega che interpretare un sogno non significa spiegarlo ma “continuare a viverlo in uno stato di veglia per capire dove ci porta. La fase successiva, che supera ogni tipo di interpretazione, consiste nell’entrare nel sogno lucido, in cui si è coscienti del fatto che si sta sognando, e questa consapevolezza ci dà la possibilità di lavorare sul contenuto del sogno.”Arrivando ad un tale controllo dello stato onirico si scopre che “…nella vita come nel sogno, per rimanere lucidi bisogna prendere le distanze, agire senza identificarsi con l’azione” e che allora “Ciò che ci intimorisce perde qualsiasi potere nel momento in cui spettiamo di combatterlo.”

L’atto magico. A questo punto Jodo si chiese chi “fosse l’artista benefico, il mago buono, capace di creare opere d’arte dotate di forze così positive da indurre l’osservatore all’estasi”.”Nella psicomagia spetta all’inconscio decifrare l’informazione trasmessa dal cosciente”. “E se ti rivolgi all’inconscio con il suo linguaggio, ti risponderà subito”. Dopo avere osservato a lungo all’opera, sia come paziente che come aiutante, una stregona messicana di nome Pachita che curava ogni giorno decine e decine di persone, capì che “in ogni adulto, perfino in quello più sicuro di sé, dorme un bambino desideroso d’amore, e che il contatto fisico è più efficace di qualsiasi parola per stabilire una relazione di fiducia e rendere il soggetto disponibile a ricevere”. Se a questo aggiungiamo che quando uno stregone “finge un’operazione, il corpo umano reagisce come se fosse sottoposto ad un intervento autentico” ci avviciniamo a comprendere le basi psicologiche su cui si fonda l’efficacia della magia. Il segreto degli sciamani è quello di sapere “come rivolgersi direttamente all’inconscio tramite il suo linguaggio, (…) attraverso le parole, gli oggetti o le azioni.” “In tutte le culture si ritrova il concetto della forza della parola, la convinzione che l’espressione di un desiderio in una determinata forma possa provocarne la realizzazione“.

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L’atto psicomagico. “Che tu abbia o non abbia fede (nell’atto ‘magico’ da compiere per ottenere un risultato psicoterapeutico), devi avere la volontà di seguire alla lettera le istruzioni (prescritte dallo ‘psicomago‘)”. “Per risolvere un problema non basta identificarlo. Non serve a niente essere consapevoli se non si passa all’azione”. “La gente desidera smettere di soffrire, è vero, ma non è disposta a pagarne il prezzo, a cambiare, a cessare di definirsi in funzione delle sue adorate sofferenze”. Per vincere questa sorta di inerzia, serve assumersi la responsabilità di realizzare un’azione concreta, in grado di scardinare abitudini, automatismi e coazioni a ripetere: l‘atto psicomagico diventa il mezzo per trasformare la consapevolezza conscia in un comando dato all’inconscioperché solo la “collaborazione” dell’inconscio può guarire i nostri “blocchi” psichici. Jodorowsky ci racconta molti esempi di atto psicomagico, riporto il seguente perché è uno dei più brevi. “Un ragazzo si lamenta di ‘vivere tra le nuvole’, di non riuscire a ‘tenere i piedi per terra’ né ad ‘avanzare’ verso un’indipendenza economica. Prendo le sue parole alla lettera e gli propongo di trovare due monete d’oro e di incollarle alle suole delle scarpe, perché calpesti oro tutto il giorno. A partire da quel momento, scende dalle nuvole, mette i piedi per terra e comincia a camminare… In questo atto mi sono servito addirittura delle parole usate dal mio paziente.” In conclusione, la psicomagia parte dall’assunto che nessuna presa di coscienza di noi stessi vale a cambiarci a meno che non si sostanzi in un’agire concreto. Più o meno quel che comprese Freud quando prese atto che, a differenze delle sue prime supposizioni, per rimuovere una nevrosi (abreazione) non bastava rendere consapevole il paziente del trauma da cui s’era originata. Si tratta di un concetto implicito nel pensiero magico dello sciamanesimo, che opera proprio tramite riti che parlano direttamente “ai nostri dei”. Al pari dello sciamano uno psicomago prescrive un rito che usa il linguaggio simbolico dell’inconscio per comunicare direttamente con esso, superando e vincendo le censure e le resistenze della nostra parte conscia.

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