Cinquant’anni e sentirseli tutti: Marco Van Basten

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Cinquant’anni e sentirseli tutti. Marco Van Basten lasciò il calcio giocato per un infortunio a una caviglia e ha appena abbandonato la panchina dell’Az Alkmaar perché l’ansia gli dà le palpitazioni «e la vita è una sola». Una vita da fuoriclasse, uno dei più grandi di sempre: tre Palloni d’oro, 301 gol, un campionato europeo con la maglia dell’Olanda, sette coppe europee, sette campionati, sette coppe nazionali. Un curriculum straordinario concentrato in undici anni, dall’esordio nel 1982 con l’Ajax, a 17 anni e mezzo, fino all’ultima partita con il Milan nel ’93. Si ritirerà ufficialmente nel ’95, a trent’anni, arrendendosi al dolore alla caviglia dopo una serie di inutili interventi. “Il calcio perde il suo Leonardo da Vinci”, è il saluto di Adriano Galliani.



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Van Basten nel ’99 sarà premiato come attaccante rossonero del secolo. Alcune sue reti sono nella storia: quella segnato nel 1988 al portiere russo Dasaev nella finale degli Europei è stata nominata la seconda più bella di sempre da Worldsoccer. L’anno successivo fa una doppietta allo Steaua che regala al Milan la Coppa dei campioni. Nella stessa competizione, nel ’92, andrà a segno quattro volte con il Goteborg.

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Reti pesantissime, spettacolari, sempre diverse. È uno dei pilastri del Milan degli olandesi assieme a Gullit e Rijkaard, protagonista della rivoluzione sacchiana e della squadra invincibile capace di giocare nove partite in Europa senza subire gol o di travolgere miti come il Real Madrid di Butragueño, cinque gol in semifinale nel 1988. L’addio è un lutto per il calcio. Van Basten tenta la carriera di allenatore. È ct dell’Olanda dal 2004 al 2008, Europei e Mondiali finiscono ai quarti e agli ottavi. Passa all’Ajax, fallisce la qualificazione alla Champions League e si dimette.

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Nel 2014 firma per la panchina dell’Az Alkmaar, ma stavolta è la tensione a tradirlo. «Sono tanti 50 anni – dice alla vigilia del 31 ottobre, giorno del compleanno -. Come giocatore ho fatto delle belle cose, vincendo tanto. Oggi sono felice. Ho una moglie, tre figli, vivo tranquillo, mi diverto qui con i giocatori visto che ho lasciato il ruolo di primo allenatore, mi dava troppo stress».

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È probabilmente il primo tecnico professionista a chiedere un demansionamento. «Sono emotivo, già da giocatore dormivo poco – spiega -. Da allenatore è peggio». Anni fa puntava alla panchina del Milan, ora non più «anche se non si sa mai. Però non è detto che se sei stato un buon giocatore, sarai anche un buon allenatore» dice a proposito di Seedorf e della sua breve parentesi rossonera. «Lo stesso discorso vale per Inzaghi».

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