Ho provato a “capire” Snapchat

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Ho provato a “capire” Snapchat Di Tommaso Naccari



Ciclicamente sul mio feed di Facebook spunta fuori un nuovo social al quale tre quarti dei miei amici invitano tre quarti dei loro amici a raggiungerli per poi abbandonarlo in massa dopo tre/quattro settimane. Ultimamente in questa incredibile ruota dell’auto-promozione mi sono imbattuto sempre più spesso nei fantasmini con cornice gialla che ho imparato ad associare a Snapchat, o ciò che Bloomberg ha definito il “nuovo nuovo nuovo nuovo nuovo nuovo futuro dei media” (dove i vari “nuovo” stanno rispettivamente per Google, Facebook, Youtube, Twitter, Pinterest e Instagram).

Fonte:Vice.com

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In pratica, mentre io cercavo ancora di prendere confidenza con la sesta “novità”, finendo per non informarmi ma invidiando grillz e sneaker a indefiniti cittadini di Atlanta, intorno a me decine di persone raccontavano la propria “storia”, o dicevano di farlo, confondendo ancora di più le mie poche e sparse idee sull’app. In breve: Snapchat è un’applicazione di messaggistica nata nel 2011, che col tempo si è trasformata in social network vero e proprio utilizzato per condividere brevi video e foto; nel 2013 Facebook avrebbe proposto di acquistarlo per qualche miliardo di dollari, ma oggi ne vale almeno 16 e la sua popolarità è in continuo aumento, soprattutto tra i più giovani. Per chi non lo usa o non si interessa di quotazioni, però, resta “quell’app con le foto che spariscono dopo un tot” e la ragione per cui un sacco di gente cammina, mangia e fa molte altre cose rivolgendosi allo smartphone.

Personalmente l’ho scaricato tre volte. La prima nel 2014, perché giravano solo ed esclusivamente lì foto di persone della mia compagnia e di quelle tangenti che rimasero argomento di discussione per mesi, poi per la gente famosa, e infine quattro giorni fa, convinto da un amico con la frase “puoi inviare anche gli snapsoldi”. Avendo ormai perso ogni speranza di diventare ricco nella vita vera, ho pensato potesse essere interessante provare con quelli e nel frattempo prendere seriamente parte allo zeigeist. Secondo gli ultimi dati americani, infatti, nel campione d’età 18-24 (il nucleo più forte del pubblico di Snapchat) almeno tre utenti internet su cinque utilizzerebbero l’app. Tutte e tre le mie esperienze con Snapchat hanno un lungo fil rouge che le lega: l’incomprensione. Ogni volta che mi sono interfacciato con quello che ormai conosco come il social network di Dj Khaled mi sono arreso nel giro di una settimana. Col tempo infatti, pur essendosi allontanato dalla reputazione di luogo di scambio di selfie NSFW alimentata dallo snapgate, Snapchat ha comunque mantenuto un’alta percentuale di incomprensibilità per un qualsiasi neofita.

Snapchat

Si possono fare swipe a destra e a sinistra per inviare, eliminare, rivedere, skippare video, si possono inserire i filtri geo-localizzati, si possono scrivere cose sulle foto e creare faceswap con i cani. Ciò che lo rende diverso e al contempo ostico, ma intrigante, è però il fatto di essere chiuso su se stesso: se non sai il nome di chi vuoi cercare, e non lo trovi in nessuno screen, lista o comunicazione verbale, non c’è modo di aggiungerlo (se non tramite fantomatici snapcode). Se quindi personalmente dovessi scegliere un termine per descrivere Snapchat, scartando il primo per una forma di autocensura derivata dal mio retaggio cattolico, sceglierei nervosismo. Visto che interfacciarmi direttamente con l’applicazione non aveva dato i risultati sperati, ieri ho provato a chiedere come e perché usare Snapchat a chi lo fa quotidianamente—e posta su Instagram le catture schermo del selfie col vomito ad arcobaleno per ricordare a tutto il resto del mondo che il divertimento non è più lì ma altrove, e più precisamente su Snapchat.

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Il primo a cui ho chiesto è colui che mi aveva promesso di sommergermi di snapsoldi. Si chiama Koki e usa Snapchat unicamente per svago. “Ho cominciato perché avevo paura di diventare vecchio,” mi racconta. “Come te all’inizio non lo capivo, mi sentivo mio padre con Facebook. La svolta è stata quando ne ho parlato con mia sorella di 15 anni. Era più aggiornata di me sulle ultime uscite, si era vista tutti gli snap del concerto di The Weeknd. Così,” aggiunge, “mi sono fatto insegnare,” ed è bellissimo come The Weeknd—oltre ad aver indotto milioni di persone a dichiarare (inconsapevolmente) il loro amore per la coca—abbia indirettamente ispirato me nello scrivere l’articolo. Come per altre persone con cui ho parlato, l’uso di Snapchat da parte di Koki è perfettamente scisso tra le due fasi dell’app. Della prima, quella in cui era impiegata “per mandare foto di cazzi, di tette, di robe con la droga,” Koki dice: “questa cosa mi piaceva, ma poi non ho mai capito come usarlo e quindi ho dovuto desistere.” Con l’introduzione delle storie, però, è cambiato tutto e si è aperta anche per lui una nuova era del cazzeggio. Ma se anche Snapchat è popolato per lo più da gente che non fa un bel niente—per stessa ammissione di Koki—cosa lo rende un social migliore? “È meglio perché è ancora nuovo,” mi ha risposto. “Chi lo usa lo usa bene, con ironia e creatività, spinge la gente a fare robe un po’ fighe. Poi ti parlo della gente che seguo io, che sono principalmente pornostar o Dj Khaled.”

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Nell’avventurarmi nel mondo di Snapchat ho anche imparato che moltissimi lo usano per lavoro (in realtà non ho ancora capito se c’è qualcuno il cui lavoro sia proprio Snapchat, ma non mi stupirebbe scoprire che esistono lavori più casuali del mio). Così ho provato a farmi spiegare l’importanza di Snapchat da Undamento, etichetta discografica che usa l’account come strumento collettivo mostrando di volta in volta artisti diversi—”Coez che dorme, Frah e Ceri in studio, Patrick Benifei a Sanremo o noi che facciamo finta di lavorare fortissimo.”  “Lo stiamo usando da un anno e mezzo, è esploso davvero verso quest’estate con il fatto della ‘Mia storia,’ visibile per 24 ore a tutti,” mi raccontano. Per chi deve creare contenuti con un intento commerciale, l’aspetto della scadenza rappresenta solo apparentemente un ostacolo: “Il fatto che queste storie si autodistruggano dopo 24 ore è un bel vantaggio rispetto agli altri social. Su Facebook tutti i post devono essere perfetti e su Instagram le foto devono essere sempre più belle; su Snapchat tutto questo è azzerato, non c’è pressione sul contenuto. Tutto è in freestyle e non c’è bisogno che sia di super-alta qualità. Ciò che conta sono le idee e i contenuti.” Un altro aspetto positivo, mi spiegano da Undamento, è il fatto che sia tutto in-app: nessun link in uscita, nessuna “distrazione”. Raccolto un numero sufficiente di informazioni teoriche, mi sentivo pronto per la pratica: dopo aver passato in rassegna i filtri, ho sfogliato un po’ di storie e mi sono preparato a raccontare “la mia”. Ogni giorno più di 100 milioni di utenti usano Snapchat per almeno mezz’ora, i brand fanno a gara per ritagliarcisi uno spazio e nonostante la novità stia venendo meno la sua crescita è evidente anche in Italia. In tutto questo ci sono io, che dopo novantasei ore sono riuscito a mandare il mio primo snap, anzitempo perché mi sono sbagliato e non sono riuscito a finire tutte le modifiche necessarie.

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