La bufala del Megalodonte sopravvissuto

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Non è tutta colpa dei falsi documentari di Discovery: il mito del megalodonte redivivo è cominciato con un paio di denti fossili…Fonte:wired.it1439463376_megalodonte-600x335



Una scelta piuttosto coraggiosa, visto il successo di pubblico portato da questi programmi, ma per il momento gli investitori possono tranquillizzarsi perché gli ascolti dell’ultima Shark Week parlano chiaro: è possibile fare ascolti da capogiro anche senza nominare il Megalodonte. E al netto dei sensazionalismi, anche gli esperti di squali come David Shiffman sono piuttosto soddisfatti:

“Io, che sono stato definito “il più grande critico della Shark Week”, sono davvero felice dei miglioramenti di quest’anno. C’è stata molta più attenzione alla scienza e alla biodiversità, e molto meno allarmismo e pseudoscienza.”

Il tempo dirà se le bufale stanno davvero abbandonando il più famoso canale di documentari, o se invece si tratta di una tregua passeggera. Di certo il Megalodonte è un personaggio difficile da abbandonare: come racconta in questi giorni la mostra genovese Mare Monstrum, i mostri marini esistono da quanto esiste l’uomo, ed è difficile immaginare qualcosa di più emozionante di un enorme squalo nascosto nell’immensità degli oceani.

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Ma come ha fatto il Megalodonte, un animale noto ai paleontologi ed estinto nel Pliocene, a resuscitare nella nostra fantasia? La colpa non è tutta di Discovery: tutto è cominciato con un paio di difossili interpretati da dilettanti un po’ troppo entusiasti.

La spedizione Challenger
Nel 1872 la corvetta della Marina Reale Hms Challenger era partita dall’Inghilterra alla guida di una di una spedizione scientifica che avrebbe gettato le basi dell’oceanografia. I mezzi erano modesti, ma l’equipaggio riuscì raccogliere campioni biologici e geologici dal fondale oceanico anche a grandi profondità. Molte volte il materiale recuperato conteneva dei noduli di diossido di manganese, particolari concrezioni che si formano intorno al materiale precipitato sul fondo degli oceani. Due di questi noduli  rivelarono al loro interno enormi denti di squalo, immediatamente attribuiti al Megalodonte, specie fossile descritta nel 1835. Questi denti diventeranno celebri a partire dal 1959, quando il dottor Wladimir Tschernezky, tecnico del dipartimento di zoologia al Queen Mary College di Londra, spedì alla rivista Nature una lettera dove stimava la loro età sulla base allo spessore dello strato di manganese che li ricopriva. In base al metodo proposto da Tschernezky, i denti dovevano avere rispettivamente 11mila e24mila anni, un battito di ciglia per i tempi geologici: possibile che i discendenti di quegli animali abitassero ancora le acque degli oceani?

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Il problema è che il metodo proposto da Tschernezky non ha nessuna validità. Il tasso di deposizione del diossido di manganese negli oceani non è costante, ma varia moltissimo in base alle condizioni ambientali, e per questo nessun paleontologo lo prende in considerazione come strumento di datazione dei fossili (di Megalodonti o altro). Se poi questi animali fossero davvero spravvissuti al Pliocene, i paleontologi dovrebbero aver trovato qualcosa nei depositi successivi, anche vista la facilità di fossilizzazione dei denti e la velocità del loro ricambio negli squali attuali. Per questo oltre a molti criptozoologi, solo i creazionisti rimangono sedotti da queste datazioni alternative.

I testimoni
Negli anni ’60 si diffuse quindi la credenza, tanto errata quanto suggestiva, che gli scienziati avessero trovato denti di Megalodonte freschi. Con quell’idea in testa cominciò poi il processo che accomuna la genesi di tutti i criptidi, ovvero si è cominciato a cercare tutte le testimonianze che potevano confermare l’esistenza della creatura. Uno dei racconti più citati si deve al naturalista australiano David Stead, secondo cui i pescatori di Port Stephens nel 1918 avevano incontrato uno squalo colossale. A seconda delle versioni l’animale andava dai 35 ai 90 metri e aveva un colore biancastro. Anche se è antipatico dirlo, i racconti dei testimoni oculari sono sempre inattendibili, e in particolar modo lo sono quelli riguardanti la fauna selvatica, per non parlare di quella acquatica. Qualunque cosa abbiano visto quei pescatori, che Stead comunque ci presenta come affidabili, in mancanza di altre prove l’aneddoto è irrilevante e, in teoria, non dovrebbe aggiungere nulla alla causa di chi crede nel Megalodonte sopravvissuto.

Strane evoluzioni
In pratica però, con il mito dei denti giovani da una parte, e i racconti di enormi squali dall’altra, c’era tutto quello che serviva per resuscitare il Megalodonte: Discovery, grazie anche agli effetti speciali sempre più accessibili, non ha fatto altro che approfittarne. Eppure, marketing a parte, anche il meno scettico tra i criptozoologi deve riconoscere che lo squalo preistorico è un po’ troppo elusivo per quello che ne sappiamo. Il Megalodonte era infatti un super-predatore, grande come un autobus e ghiotto di balene,  e se ce ne fosse qualcuno in giro è molto probabile che vedremmo i segni del suo passaggio senza dover chiedere ai pescatori. Ma i criptozoologi annullano la dissonanza cognitiva tirando in ballo un’idea di evoluzione piuttosto fumettistica: l’unica spiegazione è che il Megalodonte si sia adattato a un ambiente abissale, come lo squalo bocca grande (Megachasma pelagios) scoperto solo nel 1976. E pazienza se questo avrebbe richiesto un drastico cambio di dieta (lo squalo bocca grande, per esempio, si nutre di plankton) e altre specializzazioni che avrebbero richiesto diverso tempo, delle quali non vediamo alcuna traccia nel record fossile). Insomma, lunga vita al Megalodonte, costi quel che costi.

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