Ho chiamato i miei vecchi amici per capire perché dopo i 25 anni ci siamo persi di vista

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Nell’estate del 2011, insieme a cinque amici mi sono trasferito dalle residenza universitaria a un edificio che ospitava un pub. Nonostante il relativo squallore, la compagnia era piacevole e rendeva tutto più sopportabile.



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Avevamo trovato una TV e un videoregistratore per strada e li avevamo portati a casa. L’unica cassetta che avevamo, per qualche motivo, era Space Jam, e per settimane non abbiamo fatto altro che rivederlo, a volte anche per più sere consecutive. Metà di noi erano studenti di musica e si esibivano nel pub, e, per quanto sembri una cazzata, era divertente. Ovviamente, dato che eravamo a Londra, il pub è stato rilevato un paio di anni dopo per lasciare posto a un condominio di lusso, ma ne abbiamo conservato il ricordo—e, in teoria, anche il legame tra noi. Almeno, speravamo. Ma ora siamo sui 25, un’età che la scienza ha ufficialmente riconosciuto pericolosissima per l’amicizia, e uno studio ha rivelato che se continuiamo fino ai 25 anni a farci nuovi amici, perdiamo i contatti con loro subito dopo. I ricercatori hanno scoperto che un 25enne tipo è in contatto con 19 persone diverse. Un 39enne, con 12 persone, inclusi il partner e i figli. Una donna di 25 anni ha contatti con 17,5 persone in media, e una di 39 con 15.

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Pare che io sia entrato nell’era buia dell’amicizia, e anche se non credo del tutto alla legittimità di questi studi generalizzanti, devo anche fare i conti con il fatto che è un bel po’ di tempo che non parlo con i miei “migliori amici”. Mi chiedevo perché ci siamo divisi e se è vero che il numero degli amici è irrimediabilmente destinato a calare. Perciò ho deciso di contattarli per farmi dire cosa fanno ora—e se hanno imparato qualcosa sull’amicizia, negli ultimi anni. Dato che so che il tempo distorce i ricordi, una delle cose di cui ero più curioso era sapere se anche gli altri considerassero la nostra nel tempo un’amicizia stretta. “Molto stretta,” mi ha detto Tim, musicista e insegnante.

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“Ovviamente eravamo persone molto diverse, ma era la nostra prima vera esperienza fuori casa e questo ha fatto sì che costruissimo un rapporto forte,” ha aggiunto Cameron, che ora lavora per una firma legale—lavoro che ho smesso di far finta di capire tempo fa, con gran sollievo di entrambi.

Matt, che studiava musica e ora lavora in un negozio di sassofoni in centro a Londra, ha ricordato di quando ho cucinato un curry così piccante che abbiamo dovuto chiuderci tutti nei cubicoli delle docce—tre docce una accanto all’altra, con un buco in alto che ti permetteva di sentire la persona accanto a te—a bere birra e ascoltare Bruce Springsteen mentre ci raffreddavamo. A guardarla ora, è stata una delle esperienze più mascoline e al tempo stesso intime della mia vita. Col rischio di sembrare sentimentale, è una specie di simbolo di un legame intenso come pochi altri nella mia vita. In effetti, quando parlo con questi ragazzi, è chiaro che condividiamo almeno una manciata di memorie di quel tempo a cui siamo tutti affezionati. Cos’è successo?

Sicuramente il fatto che siamo diventati adulti c’entra molto. Tutti si sono trasferiti in varie città dell’Inghilterra, mentre io mi sono trasferito a Toronto un anno fa, e questo ovviamente mi impedisce di vederli. E c’è di mezzo anche il lavoro, soprattutto per Tim e Aviv, che fanno i musicisti; la natura instabile delle loro carriere significa che non si può organizzarsi sulla normale giornata d’ufficio. Trovare un momento in cui siamo tutti liberi è molto difficile. Uno dei temi che più spesso ho affrontato parlando con loro è che buona parte della loro vita sociale ruota intorno al lavoro.

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“Ho molti amici al lavoro, e a fine giornata è più facile rimanere insieme e andare al pub,” dice Matt. “Non devo pensare a chi vedere.”

Ovviamente si pensava che la tecnologia avrebbe fermato questo dissanguamento di amicizie; Facebook dovrebbe permetterci di rimanere in contatto per sempre con gli amici che ci siamo fatti. Ma ci permette anche di starcene tranquilli—un like qui, una faccina lì, a posto. Col rischio di sembrare una delle persone di mezza età che si scagliano contro Zuckerberg, forse i social hanno introdotto un’idea più superficiale di amicizia. “Penso, in alcuni casi, che sia molto facile tenere traccia dei propri amici online in modo passivo, senza nemmeno cercare di entrare davvero in contatto,” dice Sean. Molte delle mie migliori amicizie del momento sono nate grazie ai social, perciò forse il punto non è tanto i social, ma il fatto che bisogna comunque ritagliarsi il tempo di interagire uno a uno invece che postare cazzate e basta. E devo dire che, soprattutto perché di lavoro cerco di incoraggiare gli uomini a essere onesti, mi sento abbastanza ipocrita per non averlo fatto.

“Penso di aver fatto molti più sforzi io per restare in contatto, ma quando ti sei trasferito all’estero abbiamo lasciato perdere entrambi,” dice Tim. “Ma è naturale, penso. Rimanere in contatto è una cosa molto diversa quando serve solo per sapere cosa sta facendo uno. Sembra meno importante.” Anche se mi ha costretto a prendere atto delle mie colpe nei confronti degli amici, perché non ho fatto abbastanza sforzi, ricontattare i miei vecchi amici mi ha permesso di porre qualche domanda intima. E poi, mi ha ricordato del perché, anzitutto, quelle amicizie esistono. È facile convincerti che fa parte del corso della vita, che invecchi e perdi le amicizie, ma in realtà basta solo ritagliarsi il tempo di scrivere, “Come va?” per scoprire che amicizie che avevi quasi dimenticato sono ancora lì. Provateci.

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