Amanda Knox”, su Netflix il delitto come caso mediatico

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Il documentario dei registi americani Rod Blackhurst e Brian McGinn, frutto di cinque anni di lavoro, sarà programmato dalla Internet tv anche in Italia dal 30 settembre. Gli autori: “Non volevamo discutere le sentenze, ma raccontare come e perché lei e Sollecito diventano personaggi”

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“Chiedi un autografo all’assassino”, cantava Samuele Bersani con notevole preveggenza: la canzone Cattiva è del 2004. Tre anni prima del delitto di Perugia, ma sembra fatta apposta per commentare l’omicidio di Meredith Kercher nel novembre 2007, con tutto quello che ne seguì, i fidanzati Amanda Knox e Raffaele Sollecitotrasformati in diaboliche stelle dei mass media, arrestati, incarcerati, condannati, assolti, tra colpi di scena, accuse, proteste di piazza, polemiche diplomatiche, prove del Dna accettate e ripudiate, fino alla sentenza della Cassazione che lo scorso anno li ha definitivamente scagionati. Un caso ricostruito con un lavoro di cinque anni dai registi americani Rod Blackhurst e Brian McGinn nel documentario Amanda Knox, che inizia con una telefonata tra carabinieri e i dettagli frenetici di una stanza nel marasma inzuppata di sangue. Immagini contundenti, fortissime. Ma non è una delle tante docufiction splatter e morbose a cui ci ha abituato la tv italiana (e non solo), bensì un lavoro serissimo prodotto da Netflix, presentato al Toronto Film Festival, programmato dalla Internet tv anche in Italia da venerdì 30 settembre.

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I due precisano subito: “Il titolo Amanda Knox dovrebbe in realtà essere “Amanda Knox”, tra virgolette: noi non volevamo discutere le sentenze, dare nostri punti di vista sulle dinamiche dell’omicidio, ma raccontare di come e perché delle persone qualsiasi, lei e Sollecito, diventano dei personaggi mediatici oggetto di interesse a livello mondiale”. Il come e il perché sono chiarissimi: era la storia perfetta per tutti i luoghi comuni che metteva assieme, l’Italia coi suoi monumenti, dei ragazzi belli, arrapati (sembrava che non facessero altro che sesso), un po’ perversi, magari drogati, la giustizia che annaspa, la verità che sfugge e quindi che chiunque crede di detenere. E se il titolo è quello, un motivo c’è: la protagonista è sicuramente Amanda, è lei che catalizza l’attenzione. E ne è consapevole, giocando lei stessa col suo personaggio. Come quando in intervista dice, suadente e un po’ provocante: “O sono colpevole o sono innocente. Se sono colpevole sono una psicopatica vestita da persona normale, se sono innocente sono voi” (anche Sollecito però ci ha messo del suo: da qualche mese è opinionista fisso in una trasmissione dedicata proprio a delitti). Intervista, perché i due registi sono riusciti a ottenere la fiducia della  29enne di Seattle e anche del fidanzato, “li abbiamo considerati esseri umani, lasciandoli liberi di parlare quando avessero voluto”, ma pure del pubblico ministero Giuliano Mignini, e le parole dei tre ripercorrono tutta l’intricatissima vicenda giudiziaria.
Ma c’è un quarto protagonista, che alla fine è forse il principale: il cronista Nick Pisa, uno dei primi ad accorrere sul posto a Perugia e a seguire il caso per il Daily Mail,tabloid inglese assetatissimo di sangue e sesso, meglio se contemporaneamente. Pisa sembra riassumere il meglio, ovvero il peggio, di una categoria, fino ai luoghi comuni più biechi: “Per un giornalista il nome in prima pagina su uno scoop mondiale è come fare sesso”. Poi aggiunge “Chi mi ha dato il diario che Amanda scrive in carcere? Un giornalista non rivela mai le propri fonti per motivi etici”, salvo infine ammettere: “Certo, diverse notizie non si sono rivelate vere, ma siamo giornalisti e riportiamo quel che ci viene detto. Se avessi perso tempo a verificare avrei dato un vantaggio alla concorrenza”. Sembra lui il vero cattivo, ma in fondo è lui stesso una vittima di un sistema: forse certi mali non sono solo dei giornalisti italiani. Tutto il mondo ci ha inzuppato il biscotto. Viene da pensarlo anche con l’animazione della tv sudcoreana che ricostruisce l’ipotesi di accusa, anche con gli spezzoni di trasmissioni americane dedicate alla vicenda in cui chiunque pontificava, compreso – ma guarda – Donald Trump che invitava a boicottare l’Italia per il trattamento riservato ad Amanda. “E comunque tutte le tv che abbiamo visto sono uguali: un gruppo di persone che si scambia opinioni su un omicidio stando sedute in uno studio”, sorridono i registi. La verità sull’omicidio? Non cercatela in questo documentario. Qui si parla del caso mediatico. In fondo, di tutti noi.

Rotondo, squadrato, a pera, asimmetrico..com’è il tuo sedere?

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