Perché ho deciso di farmi ridurre il seno

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Fino ai 16 anni sono stata completamente piatta per via di un ritardo ormonale, ma oggi che porto una quinta tornerei volentieri indietro.

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“Tanta roba eh,” esclama un ragazzo mentre aspetto di poter attraversare la strada. È agosto, fa caldissimo e io sono una ragazza che ha avuto la pessima idea di indossare una canottiera. Di fronte al mio silenzio, lui reagisce dandomi della cagna. Il tutto perché ostento il mio più che generoso seno in pubblico.  È una scena che si ripete inevitabilmente tutte le estati o in giornate non estive particolarmente calde. Ed è anche per questo che, dopo dieci anni di sofferenze a causa della mia quinta di reggiseno, ho deciso di farmi operare e ridurre di metà questo “dono” (sgradito) fattomi da madre natura.  La mastoplastica riduttiva, che consiste nella rimozione del tessuto adiposo, è molto meno praticata della celebre mastoplastica additiva. Ma facciamo un passo indietro. Fino ai 16 anni sono stata completamente piatta per via di un ritardo ormonale che aveva rimandato per diverso tempo la mia conoscenza coi reggiseni. I ragazzi mi prendevano in giro, ma a me non interessava. Il seno piccolo mi piaceva—”come quello delle modelle,” dicevo tra me e me. Poi però ha iniziato a crescere, e a farlo a una velocità fenomenale che in sei mesi mi ha portato a prendere tre taglie. L’inferno è cominciato così, ma in un certo senso dovevo aspettarmelo: le tette grosse sono un bagaglio di famiglia. Ma nella mia non ne siamo mai state particolarmente fiere, a differenza delle Kardashian.

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Innanzitutto perché un seno così ha un peso non indifferente—1,5 kg per una taglia come la mia. È un po’ come avere due meloni attaccati al busto: provate ad andarci in giro per un giorno intero, e vedrete cosa sarà della vostra schiena. È per questo che la mutua, qui in Francia, rimborsa l’operazione in caso di riduzione di un minimo di 300 grammi per mammella.  Per quanto tutto quell’adipe sia pesante, poi, c’è sempre qualcosa che lo è di più—o meglio, qualcuno, dato che prima o poi le vostre tette finiranno al centro del pubblico ludibrio. Basta citare un esempio a caso: una sera, mentre stavo parlando con un’amica, un tizio mi si è avvicinato da dietro e “per ridere” mi ci ha piazzato sopra le mani. Quello scherzo è costato 8 euro e cinquanta (ovvero il mio rum e coca) più 39,90 (la sua camicia).  “Il peggio era al liceo,” mi racconta Manon, di 26 anni, che ha deciso di passare da una sesta a una taglia inferiore. “Da adolescenti, i ragazzi sono terribili.” Stéphanie, sottopostasi a un’operazione sei mesi fa, mi racconta che prima dell’intervento era arrivata a provare ribrezzo per il suo corpo. “Sono stata vittima di molestie sessuali per tutta la durata dell’adolescenza. Oggi non sopporto essere guardata, non mi interessa piacere agli uomini—in primo luogo perché loro non riescono a piacere a me.” Manon ha optato per l’intervento dopo cinque anni di esitazione, ed è della stessa opinione di Stéphanie: “È faticoso, ti logora. Non sopporti più niente.” “A volte sento sconosciuti fare commenti sulle mie ‘bocce’, come le chiamano, con tanto di dettagli su ciò che gli piacerebbe farci,” aggiunge Manon. “Ci sono quelli che mimano pure la spagnola, anche se siamo per strada,” ricorda Stéphanie, che dopo l’intervento è comunque rimasta con una taglia abbondante. Per quanto mi riguarda, mi sono sempre negata alle spagnole. Non perché sia pudica, ma per una specie di vendetta—e forse un po’ anche per disgusto. Perché capita spesso che il ragazzo in questione finisca per interessarsi unicamente al tuo seno, lasciando perdere il resto (clitoride incluso). Avere un uomo fatto e finito che passa un’ora attaccato ai miei capezzoli ti fa sentire più sua madre, o una mucca. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Archives of Sexual Behavior, più un uomo è sessista, maggiore sarà il suo apprezzamento per un seno grande. Come ha spiegato un ricercatore all’Huffington Post, infatti, gli uomini che presentavano un “sessismo benevolo” erano pressoché unanimi nel ritenere un seno di grossa misura più attraente “perché lo associavano alla loro percezione di femminilità.” I problemi però non riguardano solo la vita privata. Se Manon racconta che un giorno, arrivata in ufficio, si è ritrovata con la camicia strappata che esponeva il suo davanzale a tutti i colleghi scatenando le occhiate di molti, Léonie, di 35 anni, spiega che prima dell’operazione aveva cambiato modo di vestire. Niente più roba attillata, ma maglioni ampi e t-shirt che potessero nascondere le sue forme. Questo non aveva peraltro impedito a un collega di dirle stizzito, “Io mi sono dovuto sbattere più di te per arrivare dove sono, perché non ho le tette grosse.” Ma se molti sembrano colpevolizzarti o ridurti a una parte del tuo corpo, cosa succede quando annunci di volerti sottoporre a una mastoplastica riduttiva? Ironia della sorte, c’è chi non capisce. Come ricorda Manon, le sue amiche erano molto critiche. “Mi dicevano che avere un seno così grosso non era la fine del mondo, che piaceva ai ragazzi e che avrebbe facilitato l’allattamento.” Cosa che presuppone che tutti i ragazzi siano per le tette grosse e che tutte le donne vogliano allattare quando, chiaramente, non è così. Innanzitutto perché la mastoplastica riduttiva non impedisce assolutamente di allattare. Per chi si sottopone alle operazioni di riduzione del seno, invece, le buone ragioni ci sono tutte. “Mi ha cambiato la vita,” spiega un’altra ragazza con cui ho parlato, Johanna. “Posso di nuovo mettermi il costume e spogliarmi senza troppo disagio davanti a un’altra persona.” Solo Stéphanie è un po’ delusa: il chirurgo non ha potuto rimuovere quanto lei avrebbe voluto, e i complessi non sono andati via. “Il dottore ha dato più importanza a un criterio estetico che al mio malessere, e ora mi toccherà aspettare da uno a due anni per una nuova operazione…” Personalmente ho riflettuto a lungo prima di compiere questo passo. Ci sono voluti anni. Farsi asportare una percentuale della parte più sensibile del proprio corpo crea non poche ansie (a cui, nel mio caso, va aggiunta la paura degli ospedali). Tre ore di operazione in anestesia totale, con un rischio di necrosi cutanea o di ritrovarsi con un seno più grosso dell’altro. Eppure sono certa sia una delle decisioni migliori che abbia mai preso.  L’operazione è fissata per il 18 gennaio, tre giorni prima del mio ventiseiesimo compleanno. È certo che dopo non avrò più quelle che si considerano delle tette grosse. Ma non sono affatto pentita.

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