Ibrahimovic, figlio di un Dio pallone

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Questa intervista è tratta dal numero 47 di Vanity Fair in edicola fino al 28 novembre 2018.



Ibra, quattro lettere. Come Pelé. Ma Zlatan Ibrahimovic è unico, forse anche più di Pelé. Non è solo il calciatore che per vent’anni ha accumulato vittorie e trofei ma un personaggio trasversale, oltre il calcio, oltre lo spettacolo, oltre, spesso, la natura delle cose. È svedese, «il nuovo svedese» dice lui, ma ha un cognome che più slavo non si può.

È figlio d’immigrati e nonostante tutto e tutti, compreso il suo carattere, è arrivato in cima al mondo del calcio, a dominarlo ovunque abbia messo piede, a diventare il personaggio più popolare e lo sportivo più rappresentativo di una nazione che lo ha sempre guardato con diffidenza, pur ammirandolo.

Ibra si racconta in una biografia

Oggi vive in California, a Los Angeles, dove Mino Raiola, suo manager e amico fraterno, lo ha mandato a disintossicarsi dal calcio vero e ad abituarsi a una vita più umana. Ha finito da poco di scrivere un libro con un suo amico giornalista, pubblicato in Italia da Rizzoli. È la sua biografia, dove racconta parecchi aneddoti inediti, e ha un titolo che già lo descrive in quella che è la percezione che il pubblico ha di lui: Io sono il calcio.

Lo incontriamo per questa intervista esclusiva, tutta parlata in italiano. Il primo impatto lascia il segno: Ibra è molto alto, è sorridente, asciutto ma con spalle da body builder. Capelli tirati indietro, codino, nasone incipriato per l’occasione e l’aria di chi sta bene. È rilassato. Pantaloni della tuta e maglioncino beige. La sua presenza è imponente. Lui lo sa e cerca di metterti a tuo agio. Come essere in una capanna in un bosco e condividerla con un gigante buono.

Ibrahimovic, l’intervista di Vanity Fair

Come si sta nella città del cinema?
«Davvero molto bene. L’unico problema è il fuso, ed essere così distanti dall’Europa. È molto rilassante qui. Posso andare al mare, girare. Giochiamo solo una volta alla settimana, ho più tempo per una vita normale. E poi è iniziata molto bene, con quei gol nella prima partita».
Perché un altro libro, dopo Io, Ibra?
«Il primo è la storia della persona, di Zlatan. Questa invece è la storia del calciatore. Foto, testi, ricordi e tutti i dati della mia carriera. È facile ricordare il gol che ho fatto settimana scorsa o il primo che ho segnato qui, ma la mia carriera è lunga vent’anni e penso che ci siano tante cose da fissare su una pagina, per non dimenticare. Tanti giocatori hanno giocato solo per una squadra, io invece ho avuto la fortuna di girare e giocare nei migliori club del mondo e sono riuscito a fare bene ovunque».
A cercare il pelo nell’uovo, a Barcellona non andò benissimo.
«Io la vedo diversamente. I primi sei mesi è andata molto bene, e poi tutto è cambiato in peggio. Nel libro racconto bene: Guardiola aveva un problema con me solo che non voleva affrontarlo e io non riuscivo più a essere me stesso, con il suo atteggiamento è riuscito a farmi dubitare di me e delle mie capacità. Certo, poteva andare meglio in termini calcistici ma ho imparato molto. Imparare e crescere è un po’ il senso della vita».
Il libro s’intitola Io sono il calcio. Ma cosa è il calcio?
«Il calcio è quando fai la differenza. Il calcio è quando non sei uno come tanti: quando sei unico. Ci sono giocatori che giocano a calcio e ci sono giocatori che pensano il calcio. Quando uno pensa calcio inventa, gli altri invece solo seguono. Io quando gioco amo fare la differenza. Non voglio fare bene solo una o due cose, voglio farle bene tutte. Il mio obiettivo come calciatore era quello di diventare il più completo possibile e penso di esserci riuscito».
Raiola nel libro dice che lei farà l’uomo d’affari o l’attore. Davvero vuol recitare?
«Mi incuriosisce molto. Ora dopo tanti anni mi trovo a mio agio davanti a una telecamera, e poi amo il cinema e vivo nella città del cinema. Mi piacerebbe provare. Però vorrei fare qualcosa di importante, mica la comparsa».
Pensa di esserne in grado?
«Molto difficile, lo so. O almeno, penso lo sia, per questo dico che sono incuriosito. Quando fai una pubblicità è un discorso, quando devi vivere la vita di un’altra persona è molto diverso, sarebbe una bella sfida per me».
Aveva un attore preferito da ragazzino?
«Amavo Muhammad Ali che non è un attore, ma era il mito che avevo, come persona e come atleta. Amavo come faceva le sue cose, sempre come voleva lui. Aveva una visione, e la realizzava. Questa è la mia mentalità, credo in qualcosa e lo faccio».
Il libro si chiude con «Ora tocca a voi». È un addio?
«Speriamo di no. Però voglio finire la carriera come voglio io, non per un infortunio. Come e quando lo deciderò io».
Ritorna al Milan?
«C’è interesse. Però starei bene anche un altro anno qui a Los Angeles. Che il Milan mi piaccia non è un segreto. Ci ho passato due anni molto belli e non avrei voluto andarmene ma, come racconto nel libro, mi hanno “forzato” ad andare a Parigi. Abbiamo vinto, sono diventato capocannoniere, un ottimo club, un’atmosfera fantastica. E c’era la vecchia guardia. Giocatori incredibili con cui ho avuto la fortuna di giocare e vincere. E so cosa significa vincere in Italia. Vincere è tutto. Ci sono riuscito con i tre più grandi club d’Italia, la Juve (i due scudetti revocati, ndr), il Milan e l’Inter. Al Milan mi hanno trattato bene: arrivavo da Barcellona dove avevo vissuto la tristezza e a Milano mi hanno restituito il sorriso. Volevo sdebitarmi».
Quindi ci va al Milan o no?
«Non dico no e non dico nemmeno sì. Vedremo…».
Con l’allenatore Gattuso siete vecchi amici, lei l’ha messo anche nella sua formazione ideale.
«È un grande giocatore e un grande allenatore. Quando guardo le partite vedo che tutti i suoi calciatori gli vogliono bene. Quando vinci insieme a gente così, e noi abbiamo vinto scudetto e supercoppa insieme, è meraviglioso. Bei tempi… ».
Padre musulmano, madre cattolica: che rapporto ha con la fede?
«Io sono il mio Dio. E poi chi sarebbe Dio? Quando mio fratello è morto, dov’era Dio per salvarlo? È solo un esempio, però io credo nel rispetto e nella disciplina. Se tu mi rispetti io ti rispetto, non mi interessa che fede professi. Sono cresciuto in questo modo e i miei genitori non mi hanno mai forzato da una parte o dall’altra. Non sono di quelli che quando fanno un gol ringraziano il cielo. Il portiere che lo subisce cosa dovrebbe fare? C’è un dio che favorisce me e sfavorisce lui? Fa crescere uno e schiaccia un altro? Sport e religione non vanno d’accordo. Anche perché il calcio è una religione in sé, non ha importanza cosa credi o da dove arrivi. Devi solo giocare a pallone».
Nel libro spiega come sia stato difficile con il suo cognome il rapporto con la nazionale e il suo Paese.
«Sono convinto ancora oggi che se mi fossi chiamato Svensonn le cose sarebbero andate diversamente e avrei avuto qualche possibilità in più. Però riconosco che mi ha stimolato molto, dovevo essere dieci volte meglio degli altri per raggiungere gli stessi traguardi. E l’essere discriminato mi ha spinto a lavorare come un matto».
Lei si sente svedese?
«Io mi sento “il nuovo svedese” e credo di avere rappresentato la Svezia con molto onore. Se avessi avuto un cognome diverso mi avrebbero certamente protetto di più, ma non ho mai chiesto trattamenti di favore, solo di essere trattato come tutti gli altri».
Oggi la situazione sembra più complicata, anche in Italia.
«C’è un’educazione sbagliata e le persone non sono bene informate. Io gioco a calcio e regalo gioia con un pallone. Non sono un politico perché non saprei fare il politico. Siamo nel 2018 e il mondo è un mix e va bene così. Si deve accettare il cambiamento e apprezzarlo. Io con il mio lavoro credo di avere aperto la porta a tante persone come me, che non si sentivano amate o benvenute, i diversi, i migranti. Poi ognuno fa le proprie scelte, ma io sono la prova vivente che con il lavoro e l’impegno tutti possono riuscire ed emergere».
La sua compagna Helena ha undici anni più di lei.
«E mi ha aiutato molto. Ha avuto grande pazienza, non è facile starmi vicino. Se fosse stata più giovane probabilmente mi avrebbe lasciato o l’avrei lasciata io. Mi è stata di grande stimolo, per seguirmi ha abbandonato la sua carriera e non volevo fosse un sacrificio vano il suo. Ho sempre desiderato ripagarla. Si dice che le donne dei calciatori facciano una vita al top, ma la sua non è stata facile. Ho girato tanto e mi è sempre stata vicina. Abbiamo due figli meravigliosi (Maximilian e Vincent, ndr) e stiamo insieme da tantissimi anni. Sono molto contento».
Come per la Juventus, il suo motto è «l’importante è vincere». Ma non era importante partecipare? Ai suoi figli cosa insegna?
«Insegno che l’importante è vincere».
Ma non è un po’ antisportivo?
«No, uno deve giocare per vincere. I miei ragazzi se perdono si arrabbiano molto. Mi somigliano».
Li fa vincere ogni tanto?
«Mai. Devono guadagnarsi la vittoria, nella vita nessuno ti regala niente. Poi accade di perdere o arrivare secondi e non è una tragedia, ma non bisogna abituarsi o accettare la sconfitta. Per essere i numeri uno bisogna solo lavorare molto. E questo cerco di insegnare loro».
Gioca a pallone con la Playstation?
«Gioco a calcio ogni giorno, parlo di calcio ogni giorno, ci manca solo che mi metta a giocare a calcio alla Play. I bimbi sì, ci giocano».
E prendono la squadra del papà?
«No, hanno la loro storia, che è più importante della mia e io non ho mai fatto diventare importante ai loro occhi la mia carriera. Non voglio che crescano nella mia ombra. Devono fare più e meglio di me».
Potesse passare loro una sola cosa…
«Non avere timore nell’accettare una sfida. Provo a educarli come sono stato educato io, certo, in condizioni economiche diverse».
Le manca qualcosa di quando viveva in quartieri difficili?
«Mi manca camminare sul filo, quei momenti dove potevi essere selvaggio, dove sei cosciente di giocare con il fuoco e sai che puoi bruciarti. Sono cambiati i quartieri, le case, le mie possibilità, ma la mia persona non è mai cambiata. Ho sempre la stessa fame».
Raiola dice che quando smetteranno di parlare lei morirà.
«Per me non è importante che la gente mi riconosca per strada. Guardi i miei social: non metto i buongiorno quotidiani, non metto foto di famiglia. Quando la mia carriera sarà finita spero che la gente si ricordi di me solo per quello che ho fatto in campo. E vorrei essere ricordato come un calciatore completo, mi basta e avanza».

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Fonte: Vanity Fair

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