The Battery

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Per comprendere lo spirito che anima The Battery, questo lavoro insolito dell’esordiente Jertemy Gardner che  ha vinto Gli Audience Award  al Mauvais genredi Tours, all’ Imagine di Amsterdam e al Dead By Down di Edimburgo, bisogna far riferimento a quel tipo di cinema e di registi esemplari, che dalla pratica del self made  e dalla necessità del low-budget, hanno saputo ricavare le coordinate per una elaborazione stilistica alquanto personale, e strategicamente evocativa. Penso alla caratura artigianale, anche se differente da questa, dei film di Tsukamoto(Tetsuo: The Iron Man, 1989, Kotoko, 2011), di Vincent Gallo ( Buffalo ’66, 1998, Promises Written In water, 2010) del primo Lynch ( quello dei corti e, ovviamente diEraserhead- La mente Che Cancella, del’77), densi per strategicità del livello formale, torbidi nell’immagine e dotati di una poeticità un po’ “sporca” e decadente, persino feroce, a volte, ma splendida. Avvantaggiandosi delle imposizioni materiali derivantegli dalla limitatezza del budget (6.000 $) Ggardner crea un horror alternativo e decisamente liminale, rispetto ai correnti canoni rappresentativi del genere zombies. La standardizzazione di questo immaginario si è consolidata in questi anni recenti, e passa per opere come i vari Resident Evil (regia di Paul W.S. Anderson), 28 giorni Dopo (regia:Danny Boyle, 2002) , Down Of The Dead, la serie The Walking Dead e simili, e ha prodotto la diffusione di tutta una serie di luoghi comuni in quanto a scelte estetiche e narrative che sottoposte a una logica accelerativa e moltiplicatoria porta allo spaventoso brulicare di corpi iper-cinetizzati che è la marea di zombies messa in campo dall’attesissimo World War Z  (2013, regia: Mark Foster).

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Niente eroici sopravvissuti in questo lavoro super-indipendente, magari fissati in ruoli sintomatici e plastici, come l’ex poliziotto buono e con gli occhi azzurrissimi e un po’ tristi, o l’ ex-cattivo ragazzo redento con muscoli tonici e tatuaggi vari, niente eroine in mini-shorts mimetici, ex marines-eroi di guerra screditati e zombies iper realistici, niente effetti speciali milionari. Ben (lo stesso Gardner) e Mikey (Adam Cronheim) affrontano il mondo infestato di erranti affamati di carne umana in evidente sovrappeso, indossando terribili bermuda-lunghezza-boy-scout e scarpe da ginnastica scalcagnate, magilette da nerd e pettorali flaccidi, normali, insomma. Gardner aveva già recitato in due film di Anthony Stella, The Robert Cake, del 2002 e The Bags, del 2000 e qui oltre che come regista esordisce anche in veste di produttore di sè stesso, insieme all’altro attore, Cronheim. Il duo da vita a una coppia di veri e propri anti-eroi del genere zombesco che con una sorta di colorazione ironica, appena percettibile ma tagliente e grottesca, de-costruisce un po’ tutti quei ricorrenti luoghi comuni che tanti film ci hanno abituato a vedere e ad aspettarci. L’eroismo di fronte al pericolo, l’affermazione della morale di gruppo e dei valori filantropici, il concetto stesso del conflitto umano Vs.dis-umano, che costituiscono oramai il patrimonio valoriale condiviso per questo genere di produzioni, trovano in questo film una dimensione picaresca e de-mitizzata, ironica ma amara.

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Si massaggiano i piedi con gli allucioni in primo piano, questi due, Mikey non ha mai ucciso uno zombie in vita sua e si tocca guardando una sexy-zombetta, quanto di più distante si possa pensare da quell’immagine, magari sofferta, ma granitica e solida che solitamente si incarna nella figura dell’eroe-sopravvissuto-ultimo baluardo dell’umanità sulla terra. Il quotidiano dei due survivors, che secondo i dettami di genere più consolidati dovrebbe trascorrere in eroiche missioni di approvvigionamento viveri, medicinali indispensabili, salvataggi sul filo del rasoio ecc, qui assomiglia  più ai filmini delle vacanze al campeggio con mio cugino, con lunghe scene di pesca e bivacchi, battute grevi e politicamente scorrette, sbronze e risvolti spesso divertenti. E’ su questa every day life dal lento sviluppo narrativo che Gardner innesta le sue ampie ellissi dalla temporalità sospesa, rette solo dalla musica, e dalla fascinazione di un’utilizzo un po’ vintage dell’immagine, dai colori leggermente dilavati, da filmino sperimentale in 8 mm, e da quadri bucolici un po’ psichedelici. Ha una facile presa sul pubblico l’immagine di questo regista, che ci incontra sul terreno fertile di una estetica visiva che sà di anni 70, di concerto di Woodstock, di ricordi, di quei bei tempi andati in cui i film si facevano ancora con la pellicola.

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A dare forma a tutta la composizione mi pare intervenga una sorta di propensione alla sospensione, alla dilatazione di tempi, attese e campiture del montaggio che prolunga il piacere nelle occasioni di abbandono all’ascolto e alla visione puri, nelle lunghe parentesi musicali (il che riduce di molto l’effetto noia derivante dai tempi lunghi), e che allo stesso modo rende interminabili ed espansi gli stati ansiogeni di personaggi e spettatore. Anche il concetto di orrore implicito in questo film contribuisce a collocarlo ai margini del genere, poichè non appartiene a quel tipo rapido negli effetti e sgargiante, che scaturisce dalla mostrazione dell’orribile, e che oggi è il più frequentato. Gardner dà vita a un orrore lento, che cresce poco a poco nel prolungamento esasperante di una attesa carica di tensione, claustrofobica e snervante. Ogni proscioglimento viene continuamente rinviato, ogni sviluppo suggerito continuamente negato, secondo una logica dell’estenuazione, che riesce a risultare veramente disturbante in certi tratti. Dopo una prima parte, per così dire on the road , di ambientazione per lo più boschiva o campestre e in cui trova spazio il bel lirismo audio-visuale di cui dicevo, i due protagonisti restano imprigionati nell’abitacolo di un’auto, contro i cui vetri battono i pugni, sbavano e ringhiano centinaia di Zombies famelici, producendo una sorta di disgustoso sfondo sonoro onnipresente, ipnotico e reiterativo. Lunghissimi piani sequenza  a camera quasi ferma dentro lo spazio asfittico dell’auto, campi ravvicinati della vita che trascorre quasi immobile, per variazioni minime, la speranza dei personaggi che, attraverso mille e minuscole morti quotidiane, definitivamente, muore.

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Il senso di minaccia incombente rappresentato dai morti viventi che li assediano è continuamente presentificato dal disturbante coro di rantoli e grugniti dis-umani  che producono, anche quando la loro mostruosità non è in campo, come si dice in gergo. L’espediente sonoro  riesce, con la sua presenza costante a mantenere lo spettatore in uno stato di tensione continua, anelante, per un qualche sviluppo che la sciolga. Si comincia a sperare che un vetro ceda e la situazione precipiti definitivamente verso quel finale di sangue che sembra inevitabile, perchè magari si è sentito nella scena precedente uno scricchiolio acusmatico vagante sulla superficie del film, si cominciano a confondere i colpi degli assedianti contro l’automobile, con gli spari di una truppa di sopravvissuti armati fino ai denti inaspettatamente arrivata a risolvere le cose, ma sono tutte false piste: niente interviene a liberarci dalla tensione reiterata e snervante a cui ci condanna il dispositivo narrativo di Gardner. Insomma un bel film lento ma vagamente psichedelico, vintage nella scelta dei tempi e nell’estetica dell’immagine  e orrorifico in un senso più mentale che visivo del termine. Ben congeniata sotto il profilo della costruzione tensionale, questa pellicola evita la spettacolarità a buon mercato e i topoi rappresentativi più inflazionati del genere zombies-survivors e sarà certo più congeniale a chi ama il cinema di bella forma che a coloro che adorano il cinema dell’orrore tout court, perfetto per chi ama il bel cinema applicato all’orrore.

Fonte:http://www.cinemacritico.it/

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