Addio spiagge: “Pet Sounds” dei Beach Boys

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Dimenticate il surf, le onde, le feste in spiaggia. La lunga estate californiana, le macchine scoperte, i drive-in. Le bionde in costume, i capelli al vento, i baci al chiaro di luna. Tutto quello che sono stati i Beach Boys, fino a quel momento, spazzati via da un album. Un 33 giri per far dubitare fans, ricredere critici, riscrivere la storia della musica. 1965: i Beach Boys sono impegnati con il tour in oriente e, Brian Wilson comincia a raccogliere idee per un nuovo album. La figura di Brian Wilson è emblematica, uno che a conti fatti non è che c’entrasse molto col mondo del surf e la never-ending summer. Polistrumentista, autore di quasi tutti i testi e le musiche, produttore, già da qualche mese si era ritirato dall’attività live, per concentrarsi appieno nell’attività di studio. Nello stesso anno, e per lo stesso motivo, i Beatles la smettono con tournée e concerti. E non è certo un caso.

Brian Wilson Proprio durante le sessioni per il nuovo album, Brian ascolta per la prima volta Rubber Soul degli scarafaggi, arrivato finalmente sul mercato US. L’impatto è scioccante e Brian inizia col mettere in discussione il suo lavoro e l’intera idea di musica pop. La prima sorpresa è la mancanza di filler, il nome in gergo dei cosiddetti riempitivi. Tutti i pezzi di Rubber Soul sono potenziali singoli, si amalgamano bene insieme, e danno un senso di pienezza all’intero album. Per la prima volta Brian ha come l’impressione di trovare un filo conduttore che lega i pezzi dell’album: per l’epoca il fatto era abbastanza raro; in quegli anni il mercato discografico puntava tutto sui singoli, i 45 giri, e gli LP full-length erano solo un modo per guadagnare di più. Perciò si prendevano un paio di singoli buoni, si registravano altre cinque-sei canzoni e si “costruiva” un 33 giri. Come se non bastasse a sconvolgere la giovane mente di Wilson, c’è l’opera di Phil Spector, che su Rubber Soul comincia ad applicare il suo celebre Wall of Sound. Tutto questo sarà la spinta che serviva a Wilson per osare come mai aveva fatto prima in carriera e scrivere quello che diventerà Pet Sounds. In pochi giorni recluta un giovane paroliere, Tony Asher, e la più forte session-band del periodo, i Wrecking Crew, famosi per il loro lavoro con, guarda caso, Phil Spector. Brian vuole un disco perfetto. Scrive i pezzi, cura personalmente l’arrangiamento, e le registrazioni. Fa da solo da produttore, ingegnere del suono e compositore. La session band esegue i brani su indicazione di Wilson, e Asher scrive i testi. Sembra che la simbiosi creativa con il giovane paroliere fosse tale che Wilson dava il mood al pezzo, usando delle immagini evocative, a volte solo delle parole, ed Asher su questo sviluppava i testi. Wilson crea anche una specie di Wall of Sound, una sua reinterpretazione, potendo sfruttare per la prima volta un registratore a otto tracce. Quando gli altri Beach Boys tornano dalla tournée, si trovano davanti un disco per metà pronto. I pezzi c’erano, i testi pure, mancavano voci e cori. Per la prima volta Wilson, che pure era abituato a lavorare in piena libertà, lascia gli altri Boys completamente fuori dal processo compositivo. Se aggiungiamo pure la drastica svolta stilistica, potete immaginare le facce! Leggenda vuole che proprio durante un ascolto di gruppo Mike Love, infastidito, ebbe a dire: «chi ascolterà mai questa merda? Un cane?». Wilson di tutta risposta scelse Pet Sounds come titolo. A rendere più pesante la situazione ci furono le sessions per registrare le voci, lunghissime ed estenuanti, per via del perfezionismo di Wilson. Lui decideva la voce principale per ogni pezzo, lui armonizzava i cori e decideva se il take fosse buono o meno. Nove mesi dalla prima registrazione al master definitivo: quello che la Capitol si trovò in mano era un disco strano, inconcepibile per i Beach Boys. La semplicità degli esordi era stata soppiantata da clavicembali, archi, ottoni, percussioni di ogni tipo, theremin e persino campanelli di bicicletta, il tutto poi condito dalle armonie vocali, mai complesse come in questo disco. Inutile dire che la Capitol non fu per niente soddisfatta, e la promozione fu quasi inesistente. Gran parte dei fans rimasero interdetti e delusi. Non più belle donne e giovani impavidi che domano onde, ma paura di impegnarsi in una relazione, voglia di crescere, relazioni finite. Il dubbio che la neverending summer californiana, non sia poi davvero neverending. Incredibile se pensiamo che fino a quel momento i Beach Boys ci avevano costruito una carriera! “Wouldn’t it be nice” apre il disco in un’atmosfera festosa, fatta di campanelli, fisarmoniche e chitarre, e una domanda che tutti da bambini ci siamo fatti almeno una volta («Wouldn’t it be nice if we were older?/Then we wouldn’t have to wait so long/And wouldn’t it be nice to live together/In the kind of world where we belong»): l’ansia di crescere, un tema mai affrontato prima dai ragazzi di spiaggia. Uno dei momenti più alti del disco è certamente “Don’t Talk (Put Your Head on my Shoulder)”, pezzo dolcissimo, forse uno dei più toccanti scritti da Wilson («I can hear so much in your sighs/And I can see so much in your eyes/There are words we both could say/But don’t talk, put your head on my shoulder»). È anche uno dei quattro pezzi in cui Brian è l’unico membro del gruppo a partecipare alle registrazioni. Il lato B si apre con “God Only Knows”, uno dei primi pezzi nella storia ad usare la parola «god» nel titolo. Melodicamente uno dei pezzi più complessi dell’album – ci vollero venti take prima di ottenere il master definitivo –, è una sincera canzone d’amore («I may not always love you/But long as there are stars above you/You never need to doubt it/I’ll make you so sure about it»). Ma Pet Sounds è soprattutto un album autobiografico, come suggerisce la profetica “I Wasn’t made for these Times”; in quegli anni Wilson comincia a sperimentare la solitudine –  e l’LSD  e inizia a non sentirsi più parte del mondo che lo circonda («Sometimes I feel very sad/I guess I just wasn’t made for these times»). A chiudere l’album un’altra ballata, la triste e delicata “Caroline No”, storia di un amore non corrisposto («Break my heart/I want to go and cry/It’s so sad to watch a sweet thing die/Oh, Caroline why»). L’album non vendette quanto sperato in patria, ma fu subito un successo in UK, sia di critica che di vendite. Paul McCartney e gli altri Beatles, ne furono talmente affascinati che accettarono la sfida ed entrarono in studio per registrare quello che poi sarebbe stato Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. L’impatto che ebbe sulla musica contemporanea, e che ha continuato ad avere negli anni è stato devastante, tecnicamente, di una complessità che nessuno aveva mai ascoltato prima nella musica pop. Strumenti inusuali, percussioni, poche chitarre, fiati ed archi, strani effetti sonori. Certamente niente di quello a cui i Beach Boys ci avevano abituato. Negli anni i critici si sono ammazzati a trovare un’etichetta adatta, pop-barocco, pop-sinfonico, psichedelia. Semplicemente Pet Sounds è un album che trascende i generi, che porta la musica leggera sul piano della musica «impegnata» pur rimanendo nella forma canzone del pop. Pet Sounds è un piccolo affresco, un viaggio nel più intimo Brian Wilson. E proprio come un viaggio si chiude con un treno che sferraglia, che ci porta lontano, lontano dalla giovinezza, dalle spiagge dorate, dalla lunga estate californiana.

 

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